I POLITICI CHE NON VEDONO OLTRE LA LORO PRESUNZIONE NON HANNO

VALUTATO QUELLO CHE NEL 2005 FU SCRITTO SU PANORAMA
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ESCLUSIVO: TUTTI I NUMERI SULLA CRISI DEL MADE IN ITALY

Così la Cina ci rovina - Raffaella Galvani 3/6/2005

Non solo magliette e pantaloni. Ma anche mobili, gioielli, frigoriferi, rubinetti: i campioni dell'export italiano rischiano di essere travolti in Europa da una concorrenza «impossibile». È il momento di bloccarla? >

Forum: C'è un rapporto riservato sulla situazione del made in Italy che fa paura.
Poche pagine e qualche tabella, ma i contenuti sono esplosivi.

Cifre alla mano, lo studio della Fondazione Edison, che Panorama può anticipare, dimostra che gran parte del sistema industriale italiano non solo è entrata in crisi profonda, ma rischia di subire drastici ridimensionamenti nel giro di pochi anni. E che, se non si prendono contromisure che vanno ben al di là dell'abolizione dell'Irap, da qui al 2009 sono in serio pericolo come minimo un milione e mezzo di posti di lavoro.

La causa? «Per almeno due terzi la crisi dell'economia dell'Italia è dovuta alla concorrenza della Cina» sostiene Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison e autore del rapporto. Questa volta non si tratta del solito grido d'allarme in difesa dei produttori di magliette o pantaloni, massacrati dalla liberalizzazione degli scambi con Pechino a seguito dell'ingresso nella Wto. Lo studio condotto da Fortis analizza infatti i dati di mobili, cucine, oreficeria, rubinetti, valvole, sedie, divani, frigoriferi, piccoli elettrodomestici, macchine utensili per il legno, lampade. Insomma, il meglio della produzione dei settori fiore all'occhiello del sistema paese, quelli che con il loro export sostengono l'economia italiana. In tutto 40 prodotti che, sulla base dei dati disaggregati del commercio con l'estero, risultano in testa alla classifica dei 587 articoli in attivo della bilancia commerciale. Ma che attivi rischiano di non essere più, falcidiati dalla concorrenza cinese.

Qualche esempio? Prendiamo i mobili e le cucine: con 4,2 miliardi di euro, questo settore rappresenta la seconda voce positiva della bilancia commerciale dopo i componenti per auto. Dal 1996 al 2004 l'export di mobili e cucine della Cina verso l'Europa dei 15 è aumentato del 915 per cento contro il 22 dell'Italia. Oggi l'export made in Italy verso l'Ue vale solo una volta e mezzo quello cinese, mentre nove anni fa il rapporto era di 13 a uno. (Continua)

CINA, VOLA L'EXPORT DI SCARPE

Le importazioniin Europa di calzature cinesi è aumentato del 700% nei primi 4 mesi del 2005. E la Ue pensa a sanzioni.
Il sistema di sorveglianza messo in atto dalla Commissione europea ha mostrato un aumento delle importazioni di calzature dalla Cina del 700% tra gennaio e aprile scorso in rapporto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Lo ha detto la portavoce del commissario Ue Peter Mandelson sottolineando che al momento Bruxelles "sta valutando attentamente i dati riflettendo" sull'eventualità di misure.

Nei dati stilati dall'esecutivo Ue si riscontra "un abbassamento del 28% dei prezzi di vendita di queste sei categorie di calzature sempre nei primi quattro mesi dell'anno in corso, rispetto al 2004" ha spiegato il portavoce.

Nel caso in cui l'industria calzaturiera richieda delle misure anti dumping Bruxelles "analizzerà l'eventuale richiesta con tutta l'urgenza necessaria".

"Dopo il tessile è allarme per il settore delle calzature nel made in Italy" dice il ministero delle Attività Produttive Adolfo Urso - solo nei primi 4 mesi del 2005 la quantità di tali calzature arrivate in Europa ha superato di gran lunga quella di tutto il 2004, e rappresenta già il 139% delle importazioni di tutto lo scorso anno".

(ANSA)

E la situazione, con cifre a volte ancor più preoccupanti, si riproduce per tutti i prodotti considerati (tranne gli occhiali): per sedie e divani la Cina è passata da 77 milioni a 1,2 miliardi di vendite nell'Ue, con una crescita del 1.464 per cento, mentre l'Italia da 1,3 miliardi è salita a 1,9. Nei rubinetti e nelle valvole, poi, dove l'Italia batteva la Cina 27 a uno, oggi l'Italia non raggiunge neppure il 3 a uno.

Insomma, secondo i dati della Fondazione Edison una vera débâcle che, fatte le somme, equivale a 13 miliardi di euro di maggiori vendite sullo scacchiere europeo del Drago cinese, che sta colpendo e rischia di devastare tutti i settori strategici del made in Italy. E se è vero che l'Europa non è il mondo, Fortis conferma, sulla base dei dati, «che in media per l'Italia rappresenta tra il 40 e il 60 per cento dell'export. La guerra apertasi in Europa si sta replicando anche su altri mercati».

Come si è arrivati a questa emergenza? Per lungo tempo, in effetti, l'Italia aveva retto bene. Tra il 1990 e il 2003, mentre solo la Cina ha aumentato del 4,6 per cento la sua quota del commercio mondiale e tutti i paesi forti sono andati indietro, l'Italia è riuscita a perdere meno degli altri grandi esportatori, Usa, Germania e Francia compresi. «Ma negli ultimi anni la situazione è precipitata» ricorda Fortis. Il motivo? «L'Italia» sostiene «è in difficoltà perché è rimasta un paese industriale, a differenza per esempio della Gran Bretagna che ha puntato tutto sui servizi, deindustrializzando intere regioni. Inoltre l'Italia non ha delocalizzato le produzioni come ha fatto la Germania in paesi a basso costo del lavoro, Cina in testa».

Se si trattasse solo del costo del lavoro a crearci problemi, sostengono alla Fondazione Edison, sarebbe ancora poco male: il valore aggiunto delle nostre produzioni potrebbe aiutarci. Invece, spiega Fortis, non è così: «Non abbiamo degli imprenditori che sono improvvisamente diventati dei brocchi, solo gente che di colpo si è ritrovata di fronte un concorrente come la Cina che ha costi e oneri di produzione complessivi risibili, ma soprattutto può contare su una moneta, lo yuan, che negli ultimi tre anni si è svalutata sull'euro del 45 per cento. In queste condizioni non ha senso produrre più niente, neppure l'hi-tech».

Sono privi di colpe gli imprenditori, che sono magari rimasti arroccati in settori obsoleti, non hanno investito in ricerca e innovazione, o, come emerge anche dall'ultimo rapporto Mediobanca, non hanno fatto crescere le loro aziende su dimensioni in grado di reggere la competizione globale? Dice Fortis: «È vero che Francia e Germania hanno un numero maggiore di grandi aziende, ma sono state proprio le multinazionali le prime a delocalizzare». (Continua)In Germania questo ha portato la disoccupazione per la prima volta oltre la soglia dei 5 milioni. «In Italia le piccole e medie hanno finora conquistato i mercati mantenendo le radici in casa. Non potranno però reggere a lungo».

In effetti, basti pensare ai casi della De Longhi (piccoli elettrodomestici), o della Natuzzi (divani), le prime fughe verso la Cina o le prime crisi eccellenti sono già iniziate. «E se non si interverrà, arriveremo allo smantellamento del sistema industriale» teme Fortis. Esagerato? Lui è convinto di no. Al punto che va esponendo le sue tesi a destra e a sinistra.

Ha partecipato come esperto alla conferenza nazionale sul commercio con l'estero a fianco del viceministro delle Attività produttive Adolfo Urso a fine febbraio; e il 2 maggio si è presentato a Bologna, alla Fabbrica del programma di Romano Prodi.

Certo, secondo Fortis il primo a dover intervenire sarebbe il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson: innanzitutto con le clausole di salvaguardia, che consentono fino al 2008 di porre dei limiti di crescita del 7,5 per cento annuo all'import dalla Cina di prodotti che superino le soglie d'allerta registrando incrementi tra il 10 e il 100 per cento rispetto al 2004. Ma anche, o soprattutto, affiancando gli Usa in una pressione che porti le autorità cinesi a rivalutare lo yuan. Mandelson invece prende tempo. I motivi? Alla Fondazione Edison condividono il parere dell'economista americano Dominick Salvatore, consulente di Nazioni Unite, Banca mondiale e Fmi, secondo il quale ci sono paesi europei che non vogliono inimicarsi le autorità cinesi sperando di fare affari con loro, dagli armamenti alle tecnologie.

Ma a proposito di affari, fino a che punto è vero che la Cina, oltre che una minaccia, rappresenta una grande opportunità? Anche qui Fortis spariglia le carte. «Intanto con Pechino l'Italia ha un saldo negativo di 7,4 miliardi di euro. Si fanno tante chiacchiere, ma finora l'unico paese che davvero ha fatto affari con la Cina è la Germania, che nel 2004 ha esportato per 21 miliardi di euro a base di centrali e reti elettriche, treni superveloci, airbus o fabbriche chiavi in mano per aziende tedesche che delocalizzano».

Altri paesi come la Gran Bretagna esportano meno di noi: 3,4 miliardi di euro contro i 4,4 dell'Italia. «Ma questi 4,4 miliardi di export equivalgono a poco più di quanto vendiamo al piccolo Portogallo» spiega Fortis. È poco perché abbiamo dormito? Forse, dicono alla Fondazione Edison. Anche ipotizzando una crescita annua dell'export del 15 per cento nei prossimi anni (negli ultimi sei mesi ci siamo mantenuti sul 5 per cento), solo nel 2015 le vendite verso la Cina eguaglierebbero quelle con la Spagna, che sono a 20 miliardi di euro. Al ritmo del 10 per cento, dovremmo aspettare il 2020. Sarebbe troppo tardi.

ED ECCO OGGI 21/07/2012 - CROLLO MOSTRUOSO DELLE BORSE LO SPRED OLTRE 500

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DOVE è INIZIATA LA CRISI E CHI SONO I COLPEVOLI

PRATO - Per capire la trasformazione economica di Prato non servono numeri e tabelle: basta andare nel Macrolotto 1, l'area industriale a sud della città che accoglie 600mila metri quadrati di capannoni, a lungo vetrina e vanto dell'imprenditoria tessile locale.

Qui, dove fino a dieci anni fa c'erano le più belle fabbriche di tessuti e filati del distretto, oggi regnano decine e decine di aziende cinesi di "pronto moda" che sfornano abiti e magliette a prezzi stracciati, possibili solo perché dietro quelle produzioni - che possono fregiarsi dell'etichetta made in Italy - c'è un sistema organizzato di illegalità (lavorativa e fiscale) da far invidia ad Al Capone.

Il Macrolotto 1 è lo specchio a due facce di un cambiamento epocale in corso in uno dei distretti più antichi, più importanti e più studiati d'Italia che, ancora nel 2001, dava lavoro a 38mila persone e fatturava quasi cinque miliardi di euro.

Ma da un decennio abbondante l'industria tessile, che a Prato è un po' come l'aria da respirare, è avvitata in una crisi subdola e perversa. «Mai viste tre legnate così in pochi anni», sospira Vincenzo Cangioli, 48 anni, erede del gruppo tessile più antico della città, nato nel 1859, uno dei pochi che mantiene all'interno tutte le fasi di lavorazione e che, anche in virtù di questo, continua a marciare. Le legnate evocate da Cangioli sono quelle che, ancora oggi, tolgono il sonno agli imprenditori pratesi: prima l'ingresso della Cina nell'organizzazione mondiale del commercio che ha aperto la porta alla caduta, a fine 2004, delle barriere all'import del tessile-abbigliamento; poi, nel 2009, la grande crisi internazionale piombata in un distretto non certo in grande salute. Infine, nel 2012, un'altra crisi mondiale a distanza così ravvicinata.

L'avvento sul mercato di nuovi competitor in grado di produrre a costi notevolmente inferiori, primo fra tutti la Cina, ha mandato in crisi centinaia di aziende tessili, artigiane e industriali, creando falle in un sistema produttivo leader, tradizionalmente votato all'export (con quote vicine al 60%). «Le dimensioni non sono state discriminanti per la sopravvivenza delle imprese, e questo ha reso ancor più difficile comprendere il cambiamento», spiega Andrea Cavicchi, 46 anni, presidente dell'azienda di tessuti innovativi Furpile Idea e fresco leader degli industriali pratesi, deciso a cancellare il refrain di declino che negli ultimi anni ha dominato la scena. «Ma quando il cambiamento è stato evidente - ammette Cavicchi - non c'è stata l'umiltà di mettersi in discussione».

Per lungo tempo a Prato si è continuato a pensare che il lavoro nel tessile, collante e identità della città, potesse ancora assicurare il (grande) benessere del passato. «Il distretto non ha colto il momento in cui doveva cambiare modo di produrre e di proporsi; e ha smesso di investire, adagiandosi sulla rendita assicurata dagli affitti pagati dai cinesi», riflette Alessandro Fabbrizzi, 46 anni, segretario provinciale della Cgil.
Così in dieci anni Prato ha dimezzato le aziende tessili (erano 5.800, oggi sono meno di 3.000) e gli occupati, oggi sotto 18mila, perdendo 1,6 miliardi di fatturato tessile.
«Si sono ridimensionate le lavorazioni di fascia medio-bassa, soprattutto quelle laniere cardate che erano centrali per il distretto», spiega Enrico Mongatti dell'ufficio studi di Confindustria Prato, ricordando il dato choc delle filature cardate: scese da 500 a 100 nel giro di un decennio. Sono stati anni di grandi ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali, anni di timori (culminati nella manifestazione di piazza del febbraio 2009 al grido "Prato non deve chiudere") e di richieste d'aiuto, ma anche di riposizionamento sui mercati per inseguire i nuovi clienti. E se è pur vero che la Germania, storico partner del distretto, è rimasta lo sbocco più importante (pesava il 34% nel 1991, pesa il 15% oggi), è anche vero che subito dietro ora si piazza l'accoppiata Hong Kong-Cina (con l'11%), che vent'anni fa non esisteva. Prato dunque ha cambiato prodotti (spostandosi su una fascia più alta), mercati (ma esporta ancora il 55%) e clienti. 

E, tutta presa a tamponare questo sconquasso, ha lasciato spazio agli intraprendenti emigrati cinesi in arrivo dalle province orientali del Zhejiang e Fujian, interessati a far soldi più che a rispettare le leggi. Mentre il tessile dimagriva, l'abbigliamento fatto dai cinesi esplodeva, al punto che in pochi anni a Prato è nato un vero distretto industriale etnico degli abiti low cost, unico in Europa, formato da 4mila ditte cinesi che impiegano almeno 30mila connazionali (compresi i clandestini), capaci di cucire quasi un milione di capi al giorno. Il sistema copre tutte le fasi di lavorazione eccetto la produzione del tessuto, comprato in Cina a basso prezzo. Per questo i due distretti, del tessile e dell'abbigliamento, restano paralleli e con scarsi rapporti. 

A guardare superficialmente i numeri, in fondo, si potrebbe dire che la perdita del fatturato tessile nell'ultimo decennio (1,6 miliardi) è stata "compensata" dal boom di ricavi dell'abbigliamento cinese. Il problema è che più della metà di quei ricavi sfugge a tasse e contributi e, appena posibile, vola in Cina. Inoltre, nelle aziende cinesi dilaga lo sfruttamento feroce dei lavoratori («Il sindacato ha una parte di responsabilità», ammette ora Fabbrizzi) e questo sistema illegale ha attirato come miele la criminalità organizzata, come documenta una maxi inchiesta della procura antimafia che ipotizza il riciclaggio di quasi cinque miliardi di euro a opera di un'organizzazione mafiosa italo-cinese..

 

VIRUS CINESE

Non avete Welfare, niente pensioni, niente sindacati. Così non si può competere, questa è concorrenza sleale». Pacato, l' accademico si sforza di spiegare una realtà molto lontana dai livelli di sviluppo di Prato, e molto lontana perfino dalla sua Pechino. «Caro Signore il dumping è vietato dalle leggi internazionali, ma il dumping è una cosa precisa: vuol dire vendere a prezzi inferiori al costo di produzione, è un trucco per eliminare gli avversari dal mercato. Guardi che questo in Cina potrebbe farlo forse l' industria di Stato. Nel tessile ormai le imprese cinesi sono private, non hanno sussidi, devono far quadrare i conti a fine mese proprio come voi. Ottocento euro di salario all' anno non sono dumping. Chiamatelo sfruttamento, se volete. Noi gli diamo un altro nome: lo chiamiamo povertà. Ma attraverso queste ondate che dalle campagne si rovesciano nelle città, la Cina si modernizza e questo è interesse anche vostro. Se un miliardo di cinesi fossero condannati a restare fuori dall' economia globale, voi vivreste in un mondo meno sicuro». «Non ci venga a raccontare - incalza un altro - che rispettate le regole del Wto. Noi subiamo sulla nostra pelle le vostre contraffazioni, siamo invasi dai falsi e siamo impotenti, nessuno ci protegge". Fan non nega l' evidenza, l' industria del falso in Cina è immensa e fiorente, ma finalmente ha un nemico nuovo: nascono grandi marche dell' abbigliamento "made in China" che a loro volta sono vittime dei falsari. Si mobilitano queste nuove lobby locali, più abili nel far pressione sulla polizia e sulla magistratura, lo Stato di diritto piano piano nasce anche in Cina con l' emergere di un capitalismo locale che ha un suo interesse al rispetto delle regole. «Sono preoccupato - confessa Fan - perché qui in Europa sento tanta voglia di protezionismo. Anche in America si agitano minacce ma nei fatti il mercato americano resta il più aperto del mondo. Invece vedo in tv le immagini dei calzaturieri spagnoli che bruciano in piazza le scarpe made in China. Guardate che se quest' anno l' economia mondiale cresce del 5%, è grazie alla locomotiva cinese. Vi stupirà ma abbiamo perfino la bilancia commerciale in rosso: altro che orde di invasori, noi importiamo più di quello che vendiamo».. Gli rispondono con un grido d' impotenza: «Sarà vero caro professore, che voi siete un grande mercato, ma questo mercato se lo prendono le multinazionali americane e giapponesi e tedesche. A noi piccoli tessili di Prato che cosa rimane da fare? Che chances abbiamo di fronte alla Cina?». Fan si riporta a Pechino il ricordo di quest' Italia impaurita e arrabbiata con la Cina, ma non è una fotografia completa. Pochi giorni fa il presidente francese Jacques Chirac, concludendo la sua visita ricca di business a a Pechino, ha pubblicamente esortato le piccole imprese francesi a fare come quelle italiane: in Cina sono due volte più numerose delle concorrenti transalpine. (Resta il fatto che la Francia a colpi di Airbus, Tgv e centrali atomiche, ci surclassa alla grande sia nell' export che negli investimenti). Forse non è Prato che invade la Cina, ma qualche connazionale che Prato conosce bene. A Bergamo ha sede la più grande impresa mondiale di telai meccanici per l' industria tessile: su dieci telai che Radice esporta nel mondo sette vanno in Cina, uno nel resto dell' Asia, uno in Turchia, uno in Europa. I macchinari made in Italy per l' industria tessile sono la prima voce delle nostre esportazioni in Cina. E' alto tradimento? E' un pezzo del sistema Italia che fa affari col nemico? Vendiamo le tecnologie con cui loro ci distruggeranno, o invece è la logica specializzazione di chi si sposta su mestieri più sofisticati? A Prato mugugnano anche contro i big del lusso, gli Armani e i Prada che non si battono per l' etichetta made in Italy e zitti zitti delocalizzano in tutta l' Asia. Loro se lo possono permettere, perché "made in Armani" basta a garantire il consumatore sulla qualità. La corrida del professor Fan si conclude con un televoto elettronico. I 350 imprenditori in sala devono dire qual è l' handicap dell' Italia nella competizione. Stravince il problema costo del lavoro, rigidità della manodopera, tasse e contributi sociali per il Welfare. Il professor Fan osserva imperturbabile. Chissà cosa pensa di questo strano paese che s' illude davvero di poter gareggiare sul costo del lavoro con chi parte da 800 euro l' anno. Quando lasciamo l' auditorium per ripartire, il tassista con un gesto indica la direzione della celebre Chinatown alla periferia di Prato. «Quelli fanno sparire anche i cadaveri - borbotta - per riciclare le identità e fare arrivare parenti clandestini». Già, c' è questa alternativa, anche se il professor Fan educatamente non vi ha fatto cenno. Preferiamo comprare made in China, o importare direttamente la loro manodopera? - DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI